Disturbo da accumulo:
quando gli oggetti occupano la vita
Non è disordine e non è pigrizia. Il disturbo da accumulo, chiamato anche disposofobia, è una diagnosi psichiatrica autonoma dal 2013: chi ne soffre non riesce a separarsi dagli oggetti e vede lo spazio di casa restringersi anno dopo anno.
- Riguarda circa il 2% della popolazione adulta, uomini e donne in misura simile
- Ha criteri diagnostici precisi: non basta «avere tanta roba»
- Svuotare la casa senza un percorso di supporto non risolve, e spesso peggiora
- DSM-5-TR
- ICD-11 codice 6B24
- Segnali per stadio
- Che cosa fare davvero
Questa pagina non sostituisce una valutazione clinica. Spiega che cosa succede in casa e che cosa si può fare sul piano pratico.
In breve
Che cos’è il disturbo da accumulo e come si riconosce
Il disturbo da accumulo è la persistente difficoltà a separarsi dai propri beni, indipendentemente dal loro valore reale, con un accumulo che finisce per congestionare gli spazi di casa e impedirne l’uso. È riconosciuto come diagnosi autonoma dal DSM-5 nel 2013 e dall’ICD-11 dal 2019, con il codice 6B24.
La parola disposofobia circola molto in italiano ed è usata come sinonimo, ma non è un termine diagnostico. Quello che conta, sul piano pratico, è un dato semplice: la persona non sta scegliendo di vivere così, e ogni tentativo di risolvere il problema buttando via le cose senza il suo consenso tende a fallire.
Quando la casa è ormai compromessa sul piano igienico servono pulizie e bonifica barbonismo domestico; se invece serve solo svuotare gli ambienti, il percorso è lo sgombero casa accumulatore compulsivo.
Quando si parla davvero di disturbo da accumulo
La diagnosi la fa un clinico, non un vicino di casa e nemmeno un’impresa di pulizie. Ma conoscere i criteri del DSM-5-TR aiuta a capire se si è davanti a un problema di ordine o a un quadro clinico: devono essere presenti tutti e sei.
Difficoltà persistente a gettare
La persona non riesce a separarsi dai propri beni, a prescindere dal loro valore reale. Vale per gli oggetti nuovi come per imballaggi, giornali e contenitori vuoti.
Un bisogno percepito di conservare
Non è distrazione: gettare provoca disagio. L’oggetto viene vissuto come utile in futuro, oppure come parte della propria storia.
Gli spazi vitali diventano inutilizzabili
Il letto non si usa per dormire, il tavolo non per mangiare, il bagno non per lavarsi. Se una stanza è sgombra, di solito è perché qualcun altro l’ha liberata.
Disagio o compromissione reale
La situazione genera sofferenza oppure compromette la vita sociale, il lavoro o la sicurezza dell’abitazione, per sé e per gli altri.
Non è spiegato da una malattia
Alcune condizioni neurologiche o esiti di lesioni cerebrali producono comportamenti simili: vanno escluse prima di parlare di disturbo da accumulo.
Non è spiegato da un altro disturbo
Depressione grave, schizofrenia, disturbo ossessivo-compulsivo e demenze possono generare accumulo: in quel caso la diagnosi principale è un’altra.
Il manuale prevede anche due specificatori: con acquisizione eccessiva, presente nella maggioranza dei casi, e il grado di consapevolezza, che può essere buono, scarso o assente.
Disposofobia, accumulo,
barbonismo: non sono sinonimi
Le tre parole descrivono cose diverse e confonderle porta a scelte sbagliate. Il disturbo da accumulo è la diagnosi: riguarda il rapporto con gli oggetti. Disposofobia è il termine divulgativo con cui in italiano si indica lo stesso quadro, ma non compare nei manuali diagnostici.
Il barbonismo domestico descrive invece l’esito: una casa che non è più salubre, con degrado igienico, rifiuti organici e talvolta infestazioni. Si può avere un disturbo da accumulo in una casa ancora pulita, e si può arrivare al degrado senza accumulo, per esempio dopo una lunga malattia.
- Accumulo: gli oggetti si moltiplicano e nessuno se ne separa
- Squallore: si aggiungono sporco, residui organici, mancata manutenzione
- Trascuratezza di sé: la persona smette di curare igiene, salute e alimentazione
Il quadro in cui accumulo e trascuratezza di sé compaiono insieme, spesso in età avanzata, ha un nome storico e una letteratura sua: è descritto in sindrome di Diogene, cosa fare.

Come si misura quanto è grave un accumulo
In clinica si usa la Clutter Image Rating, una scala fotografica da 1 a 9 sviluppata da Randy Frost e colleghi: si mostrano immagini di cucina, salotto e camera a ingombro crescente e si chiede quale assomiglia di più alla propria. Da 4 in su l’ingombro è considerato clinicamente significativo. Sotto, la stessa progressione tradotta in quello che si vede entrando.
| Livello | Che cosa si vede in casa | Che cosa serve |
|---|---|---|
| 1-3 • iniziale | Superfici occupate ma pavimenti liberi, tutte le stanze ancora utilizzabili per la loro funzione | Ascolto e supporto psicologico. Nessun intervento sulla casa: sarebbe sproporzionato |
| 4-5 • significativo | Pile stabili sui pavimenti, un solo percorso libero per stanza, alcune superfici non più usabili | Valutazione clinica e coinvolgimento della famiglia. Eventuale svuotamento parziale, concordato |
| 6-7 • grave | Ingombro oltre l’altezza della vita, letto o cucina inutilizzabili, finestre ostruite, odori | Percorso clinico strutturato e intervento sulla casa. Vanno verificate vie di fuga e impianti |
| 8-9 • critico | Passaggi a tunnel, accesso alle uscite compromesso, presenza di organico, infestazioni, rischio strutturale | Intervento urgente e coordinato: servizi sociali o sanitari, impresa, spesso il condominio |
La scala è uno strumento di orientamento, non una diagnosi. Serve a mettere d’accordo familiari e operatori su che cosa stanno guardando.

Perché svuotare la casa,
da solo, non risolve
È la richiesta che ci arriva più spesso dai familiari: portate via tutto mentre non c’è. Capiamo l’esasperazione, ma il dato clinico è chiaro e non lo abbiamo inventato noi: gli svuotamenti imposti hanno tassi di ricaduta molto alti e incrinano il rapporto con chi resta in casa.
Il motivo è che il problema non è la quantità di oggetti, ma la difficoltà a separarsene. Se quella difficoltà non viene trattata, lo spazio liberato si riempie di nuovo. Diverso è quando lo svuotamento arriva dentro un percorso concordato: allora diventa la parte pratica di un lavoro che ha già una direzione.
- Il trattamento con più evidenze è la terapia cognitivo-comportamentale adattata all’accumulo
- Si lavora sul decidere, non sul buttare: la persona esercita la scelta, oggetto per oggetto
- L’intervento sulla casa arriva quando c’è un rischio concreto, o quando è la persona a chiederlo
- Se c’è un pericolo immediato per terzi, il percorso passa dai servizi e non dalla famiglia
Che cosa fare, e che cosa non fare mai
Non sono consigli generici: sono le quattro mosse che, nella nostra esperienza sul campo e nella letteratura sull’accumulo, cambiano il risultato.
Parla della sicurezza, non del disordine
«La casa fa schifo» chiude la conversazione. «Se scoppia un incendio non riesci a uscire» apre un problema condiviso, su cui si può lavorare insieme.
Comincia da uno spazio piccolo
Un ripiano, un cassetto, il tavolo della cucina. L’obiettivo non è liberare la casa: è far sperimentare che si può decidere senza che accada nulla di terribile.
Coinvolgi chi ha competenza
Il medico di base è la porta d’ingresso più semplice. Da lì si arriva ai servizi territoriali, che conoscono le risorse disponibili nel Comune.
Non buttare mai di nascosto
È la mossa che sembra risolutiva ed è quella che chiude ogni porta. Dopo uno svuotamento non concordato, quasi nessuno accetta di far entrare di nuovo qualcuno.
I rischi che si vedono
solo entrando
Oltre una certa soglia l’accumulo smette di essere una questione privata. Sono i rischi che un tecnico valuta al primo sopralluogo, prima ancora di parlare di preventivi.
- Carico di incendio: carta, tessuti e plastica ammassati bruciano rapidamente e producono fumi densi
- Vie di fuga: porte che non si aprono del tutto e finestre ostruite impediscono l’uscita e l’ingresso dei soccorsi
- Carichi sui solai: pile alte e compatte di carta o libri concentrano pesi rilevanti su superfici ridotte
- Igiene: residui organici e umidità attirano infestanti e favoriscono muffe
- Cadute: pavimenti irregolari e passaggi stretti sono la prima causa di incidente domestico in queste case

Le domande che ci fanno sul disturbo da accumulo
Disposofobia e disturbo da accumulo sono la stessa cosa?
Nell’uso corrente sì. «Disposofobia» è il termine divulgativo diffuso in italiano, mentre i manuali diagnostici parlano di disturbo da accumulo (hoarding disorder), classificato dal DSM-5 nel 2013 e dall’ICD-11 con il codice 6B24. Il termine tecnico è il secondo, ma indicano lo stesso quadro.
A che età compare il disturbo da accumulo?
I primi comportamenti compaiono spesso nell’adolescenza o nella prima età adulta, ma restano poco visibili. Diventano evidenti in genere dopo i quarant’anni, quando lo spazio disponibile si esaurisce, e tendono ad aggravarsi con l’età. Per questo molte segnalazioni arrivano quando la persona è già anziana.
Un evento traumatico può far iniziare l’accumulo?
Un lutto, una separazione, la perdita del lavoro o una malattia sono spesso il momento in cui il comportamento accelera in modo netto. Non sono la causa unica, ma sono un fattore riconosciuto: gli oggetti diventano un modo per non perdere altro. Nella pratica, ricostruire quando è cominciato aiuta a capire da dove ripartire.
Il disturbo da accumulo si cura?
Non esiste una cura rapida, ma esistono trattamenti efficaci. Il più documentato è la terapia cognitivo-comportamentale adattata all’accumulo, che lavora sulla capacità di decidere e tollerare il disagio del separarsi, non sul buttare in sé. I risultati migliori arrivano quando il percorso è lungo e la persona partecipa attivamente.
Come si convince una persona a farsi aiutare?
Difficilmente con l’insistenza sul disordine, che viene vissuta come giudizio. Funziona meglio partire da un obiettivo che interessa anche a lei: poter ricevere qualcuno, riaprire una finestra, evitare una segnalazione. Il medico di base è spesso l’interlocutore più accettato per il primo passo.
I familiari possono far intervenire qualcuno contro la sua volontà?
No, non su iniziativa privata. Se la persona è capace di intendere e volere, decide lei che cosa succede in casa sua. Quando esiste un rischio per la salute pubblica o per terzi esistono strumenti pubblici, che passano dai servizi sociali e dal Comune, non dalla famiglia.
È una forma di disturbo ossessivo-compulsivo?
Non più. Fino al 2013 l’accumulo era considerato un sintomo del disturbo ossessivo-compulsivo; il DSM-5 lo ha separato perché ha caratteristiche proprie e risponde in modo diverso ai trattamenti. Possono coesistere, ma sono due diagnosi distinte.
Che cosa succede agli animali quando c’è accumulo?
Esiste una variante che riguarda gli animali, in cui il numero supera la capacità di accudimento e le condizioni igieniche crollano rapidamente. In quel caso la competenza è anche dei servizi veterinari dell’ASL, e il tema della sicurezza sanitaria diventa prioritario.
Se ti serve il quadro completo
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Fonti: criteri diagnostici DSM-5-TR (American Psychiatric Association); ICD-11, Organizzazione Mondiale della Sanità, codice 6B24; Hoarding disorder: evidence and best practice in primary care, British Journal of General Practice, 2023; Clutter Image Rating, Frost e colleghi.
Se la casa è arrivata a un punto critico
Facciamo un sopralluogo, diciamo che cosa è realistico fare e in quanto tempo. Se in quel momento serve altro prima di noi, lo diciamo.
Se la casa è arrivata a un punto critico
Scrivici, anche solo con qualche riga: ti richiamiamo noi, con discrezione.
